Madonna col Bambino e San Giovannino di Botticelli

A Firenze, nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti, si trova un dipinto di una bellezza senza tempo, la Madonna col Bambino e San Giovannino.

L’esperto d’arte Giovanni Matteo Guidetti ci conduce alla scoperta di quest’opera tarda di Botticelli in un altro video di Menarini – Pills of Art.

L’opera

Il dipinto, di cui si ignora la provenienza, non è sempre stato considerato autografo del pittore fiorentino Alessandro Filipepi, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Sandro Botticelli.

Il restauro del 1973-76 ha permesso, al di là delle parziali abrasioni dovute alle vecchie puliture, di riscoprirne il ductus pittorico ancora ben conservato. Questo rinnovato aspetto dell’opera ha indotto la critica a riconsiderarne la paternità al grande artista, rivalutando anche l’inedito pathos di questa tradizionale scena sacra. La datazione del dipinto, a tempera su tela (134 x 92 cm), è stata indicata tra il 1495 e il 1500.

Domina la composizione la figura di Maria, impalpabilmente velata di malinconia, ricca di sacralità e misticismo. La Vergine, con Gesù Bambino tra le braccia, si china verso San Giovanni Battista, per permettere ai fanciulli di abbracciarsi. Tra i due emerge il bastone a forma di croce del Battista, simbolo non solo del Santo ma anche della futura morte del Cristo.

Alle spalle della Madonna il roseto, emblema della Vergine, che allude con i suoi fiori rossi al colore del sangue della Passione di Cristo. Anche la posa quasi orizzontale di Gesù Bambino e i suoi occhi chiusi sembrano preannunciarne la morte predestinata. Lo stato d’animo delle figure è grave e meditativo, mentre la relazione che lega Madre e Figlio appare più intellettuale che affettuosa. Tuttavia, l’empatica vicinanza dei tre volti mesti, contribuisce a permeare il dipinto di un profondo sentimento di tristezza.

L’ambientazione, quasi priva di sfondo, intensifica la monumentalità delle tre figure sacre e rende solenne il momento rappresentato, valorizzandone l’intensa spiritualità. Il dipinto, anche nei colori vividi e nella fusione delle masse corporee, esprime infatti l’esasperato misticismo, influenzato dalle prediche di Girolamo Savonarola, che caratterizza le opere di Botticelli all’alba del Cinquecento. 

 

Il pittore del sacro e del profano

Alessandro Filipepi, “il Botticelli”, nasce a Firenze nel 1445, da una famiglia modesta, e apprende l’arte dell’oreficeria nella bottega del fratello. È probabilmente qui che ha origine il suo soprannome, perché a Firenze gli orafi venivano chiamati “battigelli”. Grazie agli incontri con i pittori che frequentano la bottega, Botticelli scopre la sua vera passione e diventa apprendista di Filippo Lippi, uno dei più importanti pittori della città.

Durante la sua formazione, dal 1464 al 1467, l’artista apprende da fra’ Filippo – suo primo vero maestro – a dipingere figure eleganti e di rarefatta bellezza ideale, disegnando forme aggraziate e raffinate con linee morbide e definite. A questo periodo risale tutta una serie di Madonne, che rivelano la diretta influenza del maestro sul giovane allievo. 

Botticelli però non rinuncia a quanto ha appreso come orafo: l’abilità nel disegnare dettagli elaborati, spesso impreziositi con l’oro, caratterizza infatti la sua pittura. La formazione da orafo e l’influenza di Filippo Lippi saranno costantemente presenti in tutta la sua produzione. 

Intorno al 1480 Sandro Botticelli è stimato tra i primi pittori di Firenze, città in cui trascorre quasi tutta la sua vita, tranne un breve soggiorno romano, che porterà cambiamenti nel suo stile, stimolato dal diretto contatto con il mondo classico. Nel 1482 gli viene infatti affidato l’incarico di affrescare alcune scene della Cappella Sistina, insieme ai più celebri artisti dell’epoca, quali Domenico Ghirlandaio, Pietro Perugino, Cosimo Rosselli. La visione di Roma antica impressiona profondamente Botticelli, che nei suoi affreschi inserisce archi e decorazioni scultoree classiche, impreziosite con dettagli d’oro, divertendosi inoltre a confondere i luoghi e i personaggi reali, con quelli biblici.

La continua ricerca della bellezza ideale porta l’artista a staccarsi progressivamente dai modelli iniziali e ad elaborare uno stile non solo diverso da quello dei suoi contemporanei, ma unico nel panorama artistico fiorentino dell’epoca.

La fama di Botticelli è legata soprattutto a due opere dipinte per i Medici: La Primavera e La Nascita di Venere,  legate entrambe a miti dal profondo significato filosofico e letterario.

Caro ai Medici, l’artista assimila le tendenze umanistiche dei suoi mecenati ed è tra i primi non solo a dipingere ritratti, ma anche ad illustrare opere letterarie, come alcune scene della Divina Commedia dantesca e del Decameron di Boccaccio.

 

I tormenti degli ultimi anni

Attraverso i fasti delle scene mitologiche e alcune allusioni nascoste, Botticelli celebra l’età dell’oro inaugurata dai Medici a Firenze, interrotta dalla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492.
Per Botticelli, la cacciata dei Medici comporta la scomparsa dei principali clienti. Le difficoltà politiche vengono accentuate dalla sua crisi spirituale, dovuta in parte alle prediche di Girolamo Savonarola, il frate domenicano che denuncia la corruzione della famiglia Medici (e dei Fiorentini, in generale) e invoca il ritorno alla fede.

Le ultime opere di Botticelli rivelano infatti un tormento spirituale sconosciuto alla precedente produzione e sorprendono per l’intensità espressiva delle figure, che appaiono molto più moderne. L’artista rinnega i temi mitologici e pagani, la libertà nei costumi e l’ostentazione del lusso, segni di quella crisi interiore che culminerà nell’esasperato misticismo dell’ultima fase della sua carriera.

 

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