Dittico Trionfale di Piero della Francesca

Una passeggiata nella raffinata corte dei duchi di Urbino ai tempi del Rinascimento italiano,
a guidarci è l’esperto d’arte Bernardo Randelli alla scoperta di un capolavoro di
Piero della Francesca, divenuto ormai una vera e propria icona degli Uffizi: il Dittico trionfale, ovvero il doppio ritratto dei Duchi di Urbino.

Tra i più celebri ritratti del Rinascimento italiano

Dal greco, il termine dittico significa «piegato in due» e veniva tradizionalmente utilizzato per indicare una coppia di tavolette in legno (o in avorio) unite per mezzo di una cerniera oppure un quadro composto da due immagini distinte racchiuse in cornici doppie. Lo scopo era commemorativo ed i soggetti maggiormente rappresentati erano alti funzionari, santi particolarmente venerati oppure l’elenco di alti dignitari ecclesiastici vivi o defunti. In perfetto accordo con la tradizione quattrocentesca, il Dittico raffigura i Signori di Urbino: Federico da Montefeltro (1422-1482) e sua moglie Battista Sforza (1446-1472). L’opera risale infatti al 1473-1475, periodo in cui Piero della Francesca presta servizio alla corte di Urbino. 

I due ritratti sono stati dipinti ad olio su due tavole di piccola dimensione (47 x 33 cm ciascuna). Le tavole, oggi separate, un tempo erano unite da cerniere che permettevano di chiudere l’opera “a libretto”, suggerendone una funzione intima e privata

I coniugi sono rappresentati di profilo, l’uno di fronte all’altra, secondo la tradizione numismatica romana, la donna a sinistra e l’uomo a destra.
Il Signore di Urbino, del resto, veniva sempre ritratto da questo lato per ragioni di decoro, in quanto, nel 1450, aveva perduto l’occhio destro durante un torneo.

Il duca guarda immobile la moglie, la quale sembra invece fissare lo sguardo verso un punto lontano e indeterminato. Spicca il contrasto cromatico fra l’incarnato olivastro di Federico e quello chiarissimo di Battista, pallore che, oltre a rispettare le convenzioni estetiche in voga nel Rinascimento, allude probabilmente alla precoce morte della duchessa.

Battista indossa un abito prezioso ed è adorna di gioielli, la cui resa lenticolare – prova inequivocabile della vicinanza del pittore all’arte fiamminga – permette di indovinarne agevolmente forme e materiali. Alla catena d’oro intorno al collo della duchessa è appeso un grande pendente gemmato, il rubino del ciondolo, color del fuoco, è simbolo di amore e carità. Ad impreziosire il collo e i capelli di Battista, inoltre, sono le gemme, simbolo di virtù – idea di origine medievale, ma spesso adottata anche nella pittura rinascimentale.

Il volto di Federico – nobile guerriero che univa all’abilità militare un’alta considerazione della cultura – viene dipinto da Piero della Francesca con un senso crudo della realtà, che si potrebbe quasi credere irriverente. L’incarnato olivastro, le escrescenze della pelle, le rughe, il naso offeso da un incidente nel corso di un torneo, il sopracciglio sollevato come per disincantata incredulità, nulla viene risparmiato al duca. Il valore dell’individuo – sembra voler dire il pittore – non risiede nella sua apparenza, ma in ciò che egli è. Ed egli è un muto, grandioso idolo sospeso sul panorama dei suoi possedimenti.

Il paesaggio che fa da sfondo – oltre a sottolineare la serena e consolante unione dei coniugi – è l’inventario dettagliato della potenza terrena del duca, riportato sulle tavole con precisione fiamminga. Esso si estende lungo la pianura e arriva fino alle colline urbinati, per poi perdersi nella lontananza grigio-azzurra degli appennini.

La visione prospettica viene percepita grazie alla progressiva dispersione dei particolari, a vantaggio di uno sfumato ottenuto solo col colore. Qui l’artista concilia la rigorosa impostazione prospettica appresa durante la formazione fiorentina con la lenticolare rappresentazione della natura propria della pittura fiamminga, raggiungendo risultati di straordinaria e ineguagliata originalità.

Le due tavole sono dipinte anche sul retro e raffigurano i trionfi allegorici di Federico e della moglie Battista. Nella parte inferiore di ognuna delle tavole, delle scritte latine – realizzate come se fossero state scolpite su transenne di marmo – inneggiano sia Federico, che viene equiparato ai grandi condottieri dell’antichità, sia Battista, che fu sempre accompagnata dalla modestia.

Federico è raffigurato su un carro trainato da stalloni bianchi, simboli di potenza; appare incoronato dalla Fama ed è accompagnato dalle virtù cardinali, nonché caratteristiche del suo governo: Prudenza, Fortezza, Giustizia e Temperanza. Battista, invece, è portata in trionfo su un carro trainato da unicorni, simboli di castità, ed è accompagnata dalle sue virtù: Carità, Fede, Castità e Modestia.
La scritta che di lei canta le lodi ha il verbo al passato, segno che, al momento della realizzazione del dipinto, la duchessa fosse già scomparsa.

È probabile che il Dittico sia quindi un dolce ricordo voluto per sé dal Signore di Urbino, il quale desiderava essere legato per sempre alla giovane consorte, morta appena ventiseienne.

La letteratura critica del Quattrocento e del Cinquecento, peraltro abitualmente assai generosa nel distribuire lodi iperboliche anche ad artisti di poco o nessun merito, non ha tenuto quasi in alcun conto la pittura di Piero della Francesca.

La frequentazione delle corti umanistiche di Urbino, Ferrara e Rimini è stata di rilevante importanza per la vita artistica del pittore, permettendogli di approfondire il contatto con i fiamminghi, già avvenuto in gioventù tramite il suo maestro Domenico Veneziano.

La fase più tarda della sua produzione mostra infatti un’adesione convinta all’analisi fiamminga e agli effetti di luce modulati sui colori e sui materiali. La prima opera in cui questa influenza si manifesta con indubbia evidenza è proprio il Dittico.

Opera tra le più famose di Piero della Francesca, il doppio ritratto si inserisce nell’ambito di un consolidato rapporto fra il pittore e i duchi di Montefeltro, alla cui corte Piero soggiornò ripetutamente, trovandosi a contatto con un ambiente colto e raffinato, che in breve tempo divenne uno dei più importanti centri culturali e artistici italiani.
E il responsabile dell’ascesa di Urbino, da capoluogo di un territorio economicamente depresso a uno dei centri rinascimentali più fecondi, fu proprio Federico da Montefeltro.

 

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