Menarini Pills of Art: Madonna del Cardellino di Raffaello

Firenze ha il privilegio di custodire il maggior numero di dipinti di Raffaello al mondo. L’esperto d’arte Bernardo Randelli ci guida attraverso le Gallerie degli Uffizi alla scoperta di un’opera celeberrima dell’Urbinate, di una bellezza ideale e armoniosa, perfetta nella sua semplicità: Madonna col Bambino e San Giovannino, detta Madonna del Cardellino.

L’opera e le influenze fiorentine

Il dipinto, ad olio su tavola (107 x 77,2 cm), fu commissionato a Raffaello dal ricco mercante fiorentino Lorenzo Nasi, in occasione delle sue nozze. Ultimata entro il febbraio del 1506, la tavola fu realizzata durante il soggiorno fiorentino dell’artista, avvenuto tra il 1504 e il 1508.

L’opera racconta l’amore di una madre e anticipa la morte sulla croce del figlio, il cardellino – con la testa macchiata di rosso – è appunto simbolo della passione di Cristo.

In primo piano è dipinta la Vergine, che indossa il tradizionale abito rosso, simbolo della passione, e il mantello blu scuro, simbolo della Chiesa. Stretto tra le ginocchia di lei, si trova Gesù Bambino, che appoggia il piedino nudo su quello della Madre scalza, come per cercare protezione, e tende la mano verso il cardellino portogli da San Giovannino, appoggiato a sua volta alla gamba destra di Maria.

Con gesto affettuoso e protettivo, la Vergine posa la mano destra sulla spalla di San Giovannino e lo osserva, volgendo gli occhi in basso; mentre, con la sinistra, tiene un piccolo testo sacro, segno della sua fede e della prefigurazione del sacrificio di Cristo.
Sacrificio evocato anche dall’innocente fragilità del cardellino che, durante la crocifissione, cercò di alleviare le pene di Gesù estraendo le spine col suo becco: il suo piumaggio reca ancora le tracce del sangue di Cristo.

Le figure sono collocate all’interno di un paesaggio collinare pieno di una forza pregnante e quieta, dominato dal verde e dal blu. Le nubi si aprono in alto a destra, in direzione del capo di Maria.
La luce investe le figure dall’alto, non è particolarmente intensa e sembra diffondere una luminosità che alleggerisce anche le ombre dei corpi. L’osservatore è indotto a indugiare sull’orizzonte, sul corso d’acqua e sulla città – Firenze, evidentemente – mentre la Vergine tiene in mano
il libro, dove legge ciò che è già scritto.

Raffaello coniuga l’armonia gentile dei paesaggi di Perugino – suo primo mentore – con gli stimoli più recenti accolti a Firenze. Il paesaggio infatti è costruito sapientemente, con una progressione di quinte naturali. La profondità è indicata dalla prospettiva di grandezza, che si evince grazie alla presenza degli alberi in secondo piano, del ponte sulla sinistra e delle abitazioni sullo sfondo. Particolarmente efficace nel creare la profondità è, inoltre, la prospettiva aerea. Di chiara derivazione leonardesca, lo sfumato viene impiegato per dissolvere il paesaggio all’orizzonte nell’atmosfera, contribuendo anche a rendere più naturale l’intenso scambio di sguardi e di gesti che legano le figure e a valorizzare la varietà aggraziata delle loro espressioni.

La struttura piramidale della composizione riflette invece l’impressione profonda che Raffaello riportò per il perduto cartone della Madonna col Bambino e Sant’Anna di Leonardo e per la Madonna col Bambino di Bruges di Michelangelo, scolpita entro l’estate del 1506.

L’artista sembra poi risentire dell’influenza di Leonardo anche con l’aggiunta di San Giovannino, come si evince dal gruppo di Madonne con Bambino rappresentate da Raffaello tra il 1506 e il 1507. Tuttavia, nelle sue Madonne l’Urbinate sembra semplificare gli schemi leonardeschi, escludendo ogni effetto di inquietante tensione, per giungere ad una rappresentazione intimistica – quasi affettuosa – della scena, in cui tutto parla un linguaggio rasserenante e pacato.

Attraverso lo studio delle leggi proporzionali della natura e delle opere del Perugino, di Fra’ Bartolomeo e di Leonardo, Raffaello riesce a dar vita a delle figure di una bellezza non solo ideale, ma anche vitale e dinamica

 

Un capolavoro “sfortunato”

Secondo quanto testimonia lo storico Giorgio Vasari, dopo soli quarant’anni dalla sua realizzazione, il dipinto venne coinvolto nel crollo del palazzo in cui era situato e travolto dalle macerie. Il 12 novembre 1547, infatti, Palazzo Nasi crollò a causa di uno smottamento del terreno.
La tavola fu recuperata, ma in ben 17 pezzi. Un’iscrizione ancora oggi leggibile in via de’ Bardi a Firenze, riporta il divieto da parte di
Cosimo de’ Medici di ricostruire i palazzi dove in quegli anni erano ripetutamente crollati. Sempre ne Le Vite, il Vasari racconta che «ritrovati i pezzi [della tavola] fra i calcinacci della rovina, furono da Battista [Nasi] figlio di Lorenzo, amorevolissimo dell’arte, fatti rimettere insieme in quel miglior modo che si potette».
In quell’occasione il 20% dell’opera originale andò perduto e probabilmente
Ridolfo del Ghirlandaio, coetaneo e amico di Raffaello, fu l’artefice del primo restauro. Raffaello infatti era già morto da tempo, a soli 37 anni, nel 1520.

In seguito al primo intervento, sono state rinvenute tracce di numerosi altri rifacimenti. Quest’opera è da poco “rifiorita”, dopo un lungo restauro effettuato agli albori del 2000. 

 

L’aurea dell’Urbinate

La figura di Raffaello assume un’aura speciale – come artista e come uomo – per il prestigio che seppe rapidamente raggiungere.

Raffaello Sanzio nasce ad Urbino, nel 1483. Il padre, Giovanni Santi, artista-umanista colto, con esperienze da letterato e di teatro, nonché pittore a capo di una fiorente bottega, indirizzò il figlio fin da piccolo alla pittura.  L’apprendistato nella bottega del Perugino viene normalmente collocato dopo la morte del padre, nel 1494. Il Vasari sostiene che inizialmente non si riuscisse a distinguere le opere di Raffaello da quelle di Pietro Perugino.

Il contesto familiare pose quindi le basi culturali dell’artista, così come nella formazione di Raffaello fu determinante il fatto di essere nato e di aver trascorso la giovinezza a Urbino, che in quel periodo era un centro artistico di primaria importanza: in Italia e in Europa, Urbino irradiava gli ideali del Rinascimento. 

La storiografia è sempre stata concorde nel riconoscere in Raffaello il rappresentante emblematico della cultura pittorica del Rinascimento, l’uomo capace di trasmettere quegli ideali di perfezione formale, di aristocratica finezza e di armonia totale, considerati il fine ultimo degli artisti di quel periodo. 

Raffaello guida la nostra percezione nel campo dell’opera e ci conduce fisicamente alla relazione tra gli elementi che la compongono, muovendo così le nostre emozioni

Un’opera come la Madonna del Cardellino ha un’esistenza propria che supera la barriera del tempo, parlando per secoli.

 

Una replica a “Menarini Pills of Art: Madonna del Cardellino di Raffaello”

  1. Molto interessante questo articolo. Entrare nel profondo e negli interstizi culturali di un’ opera di questa levatura pittorica non è da tutti, bravissimo l’autore di questa relazione, che saputo inventarmi col suo raccontare. Grazie

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